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There are no translations available. I CERAMISTI DI URBANIA
La ceramica a Urbania vanta una tradizione plurisecolare, ben anteriore al momento in cui il nome di Casteldurante nel secolo XVII veniva cambiato in quello attuale. Una tradizione che non si è mai spenta favorendo nella storia del Ducato di Urbino, prima del Montefeltro e poi dei della Rovere, una industria di fondamentale importanza economica, ripresa anche nei secoli successivi.
Il periodo più felice della ceramica durantina è stato il cinquecento, benché tracce di documentazione vi facciano risalire la pratica dell'arte fino al Medioevo. La ceramica di Casteldurante in quel secolo, giovandosi della committenza del Ducato di Urbino, conobbe una fioritura di particolare livello qualitativo al pari di altre arti, quali venivano praticate nel clima umanistico della Corte. La richiesta molto qualificata, l'influenza dei pittori locali e della corte, e la fine argilla del fiume Metauro completavano il quadro di base delle fortunate coincidenze.
Così l'antica arte ceramica delle fabbriche durantine, arricchite da nuove esperienze, si è mantenuta nel tempo, trasmettendo il patrimonio di mestiere e di conoscenza degli antichi maestri. Ancor oggi vivono i colori, le tecniche, la ricchezza straordinaria delle anfore e dei piatti istoriati, sta rinascendo un rinnovato fervore e la passione della ceramica vive e si riscopre forte fra le nuove botteghe, centri sociali, artigiani, amatori e autodidatti, avviandosi verso una ripresa ricca di prospettive.
IL GIUNCO DI MOGLIANO
La lavorazione del vimine e del giunco (bambù) "esplode" letteralmente a Mogliano che vanta una miriade di laboratori grandi e piccoli. Vi si produce di tutto: dai cestini di varie dimensioni, alle poltrone, alle sedie, fino ad arredamenti completi, ma anche giocattoli, lampadari, gabbie.
LE EBANISTERIE DI AMANDOLA
Nelle Marche del Cinquecento fiorirono prestigiose botteghe di ebanisti, a San Severino, ad Ascoli Piceno, ad Urbino.
I maestri d’ascia di Amandola non furono da meno ed in particolare, nel XVI secolo, eccelsero Giuseppe e Filippo Benattendi. Le famiglie Gallo
e Cappelletti conquistarono notevole fama in epoca barocca e, nel Settecento, divisero il successo con i Pettinelli. Oltre al nome degliartigiani più illustri, si imposero lo stile ed alcuni modelli tipici: i tavoli a “lira” rotondi o poligonali, le madie di ciliegio, le cantorie marmorizzate. Ai falegnami di Amandola, che conoscevano bene le potenzialità plastiche del legno, sembrava doveroso rendere eleganti, oltre che robusti e funzionali, anche gli oggetti più umili. Ed i segni meno appariscenti di quell’anelito d’arte, esprimono meglio delle opere importanti la profonda sacralità del loro lavoro. Vale la pena quindi d’inerpicarsi per le viuzze del vecchio incasato a sfogliare un’antologia di “opere d’arte” senza pretese formata da usci ed imposte. La tradizione del mobile d’arte amandolese è ancora alimentata da unadecina di artigiani che, non producono con criteri industriali arredi in stile,ma sono piuttosto falegnami fermi all’epoca del Luigi XVI o del neoclassico. I masselli vengono piegati a caldo ed intagliati a colpi di sgorbia e di bulino. Gli intarsi nascono dall’accostamento sapiente di essenze diverse e non ammettono l’uso dell’anilina. Tavoli, credenze, sedie impagliate, madie: non sono imitazioni ma mobili del Settecento ma prodotti, immutati, nelle tecniche e nei materiali di botteghe che a quell’epoca già operavano ad Amandola.
LA TERRACOTTA DI FRATTE ROSA
Nel Comune di Fratte Rosa esiste una qualificata presenza di una specifica attività artigianale esercitata da secoli: quella della produzione dei "cocci".
La denominazione "cocci", di chiara origine popolare, è riferita ad oggetti in terrecotta d'uso casalingo che tuttora si producono in questo piccolo paese. E' questa una attività profondamente radicata nella propria storia: fino al 1920, infatti, erano le 12 fornaci esistenti sul territorio che occupavano complessivamente circa 50 addetti.
Con l'avvento dell'alluminio e della plastica tali attività hanno corso il rischio di estinzione e le botteghe artigianali residue si sono di conseguenza sempre più rarefatte nel tempo con il rischio della perdita di un patrimonio rilevante della cultura di tradizione. Negli ultimi tempi però, si sono avuti segni di risveglio con la riapertura di alcune botteghe che hanno recuperato la metodologia della tradizione artigianale locale. Attualmente sono in attività tre laboratori.
Secondo l'antica usanza l'argilla viene tuttora estratta nelle campagne adiacenti l'antico Convento di Santa Vittoria.
La creta così ottenuta viene poi impastata e lavorata per essere morbida e compatta alla fase di tornitura. Una volta essiccati, i cocci vengono posti nelle fornaci riscaldate con legna particolare, accostati in un bell'ordine in modo che il forno ne possa contenere il più possibile.
Gli oggetti "biscottati" sono poi smaltati con vernici che gli artigiani di Fratte Rosa preparano ancora direttamente nelle loro botteghe usando componenti naturali quali la silice. La quantità di silice e il luogo dove reperire la migliore, per ricavarne una giusta dose di smalto, costituisce ancora oggi un segreto tramandato di padre in figlio.L'operazione di smaltatura particolare di Fratte Rosa presenta più fasi: la smaltatura della parte interna viene eseguita riempiendo l'oggetto di smalto per poi subito svuotarlo, mentre quella esterna viene effettuata immergendo la terracotta nello smalto.
La parte inferiore della terracotta non viene quasi mai smaltata, specialmente se si tratta di oggetti destinati alla cottura dei cibi. Essendo la natura del biscotto porosa e perciò assorbente, lo smalto aderisce al supporto e forma una leggera pellicola che poi, con la seconda cottura al forno, vetrifica.
Il risultato più interessante e originale è quell'intenso e vivo "color melanzana" nero bluastro che lievemente trascolora in un bruno scurissimo di straordinaria lucentezza, che caratterizza la produzione frattese e la distingue dalle altre. |